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Correvano i primi anni ’90 ed io, giovane ed inesperto lettore, ero del tutto all’oscuro di quel genere letterario che poi mi ha assorbito e ed ha segnato la mia formazione e mi ha portato ad amare due capostipiti del genere come Tolkien ed Asimov: il Si-Fi e il Fantasy.

Un bel giorno mia madre si presentò a casa con un libro con una bella copertina “oro”, dai vividi colori e dalle immagini che colpivano (anche se, come avrei scoperto successivamente, poco c’entravano con il contenuto del libro) ed un titolo che mi incuriosì: “La Mente di Marte”.

Era un libro scritto da un tipo con un nome strano, un libro che parlava di un mondo marziano fantastico, decadente e morente, chiamato Barsoom, un libro che di questo mondo descriveva bene la geografia in cui era ambientato, la storia e la società dei popoli che lo abitavano (non certo come Tolkien ma lo spessore culturale dei due autori è immensamente diversa!).

Questo mondo fantastico, a cavallo tra Si-Fi e Fantasy, incominciò ad appassionarmi e, alla fine del libro, mi ritrovai a cercare – in  maniera quasi “spasmodica” – gli altri racconti che costituivano “il ciclo di Marte” di Edgar Rice Burroughs (era questo il nome dell’autore ed è ben più noto, ingiustamente secondo me, per esser l’autore di Tarzan).
Era in un epoca in cui avere accesso alle informazioni non era facile come ora (essì, parliamo comunque di oltre 15anni fa!) ed era esponenzialmente più complesso per un ragazzino che, come me, viveva in un paesino del sud e cercava libri di una casa editrice “piccola”  e poco conosciuta 🙁

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