Est modus in rebus

Vi posto qui un intervento che ho fatto su un Forum della CRI … credo possa interessare piu’ di qualcuno.

P.S.
Per i commenti vi prego, se potete e se volete, fatemeli su mariolv.netsons.org

——–

Elena … come al solito pungolo di coscienze e intelletti, il discorso è molto ampio, molto complesso e molto “temporale”

Si potrebbe, anzi si DOVREBBE fare, per rispondere in maniera esaustiva ai tuoi tre quesiti, un discorso organico ma questo non credo sia il posto adatto o il momento buono per siffatta speculazione filosofica (nel senso piu’ ampio del termine!).
Quindi cerchero’ di rispondere ai quesiti in maniera separata e concisa fermo restando i limiti del tutto personalistici e temporali che il discorso, proprio per una sua connotazione intrinsecamente legata al vissuto di ciascuno, deve avere.

Tu chiedi: c’e’ un limite tra accanimento terapeutico (non sono molto d’accordo su quello diagnostico essendo quest’ultimo un momento particolare dell’opera medica che puo’ esser, al di la dei possibili accertamenti strumentali, una mera e pura attivita’ intellettuale che distingue il chirurgo – nell’accezione classica e semiologica del termine – dal Medico a tutto tondo e che quindi, come tale, non puo’ esser trascinata alla deriva nella crudelta’ dell’accanimento) ed eutanasia.
Beh il limite c’e’ ed è espresso sia in termini giuridici che in termini etico-filosofici e si va a fondere con l’altra domanda che tu poni, ovvero quella che rigurda l’eubiosia (nel suo significato puro di “buona vita”)

Ma cominciamo a contestualizzare le questioni analizzate inquandrando CHI e QUANDO è chiamato a fare queste considerazioni.
Giacche se lo è un cittadino “comune”, senza obblighi se non verso la sua Coscienza, bene allora io credo che ciascuno di noi, nel suo vissuto ha una particolare esperienza, una peculiare sensibilità e idea di quello che sia, in fondo, l’eubiosia. Ed e’ importante anche la componente temporale perche’, essendo una cosa intimamente legata ai processi ed alle esperienze vitali, una risposta univoca non vi puo’ esser (giacche’ solo gli stolti non cambiano mai idea!) perche’ una risposta data ora potrebbe, alla luce di vissuti successivi, rivelarsi del tutto estranea a colui che l’ha formulata, a distanza di alcuni anni se non di pochi mesi.
Inoltre credo che siano argomenti talmente intimi e destruenti per l’animo di una persona che non si puo’ dire, a priori, se non in linea di principio, quello che e’ Giusto e quello che e’ Sbagliato; quello che e’ Buono e quello che è Cattivo; quello che e’ Bene e quello che e’ Male.
Certo, ci sono dei valori fondanti le nostre coscienze che potrebbero e dovrebbero far da paletti, da faro nell’oscurita’ dei momenti bui di cui si compone la Vita di ognuno di noi … ma io credo che anche questi possano esser “piegati” dopo una esperienza traumatica … almeno plasmando il valore intorno al suo significato piu’ profondo (certo, non scadendo poi, nel patologico … laddove, pero’, ricordo che il patologico è qualcosa che è estraneo al comune e generale sentire!!!). Una questione, dunque, di una miscela unica e dinamica (forse quanto di piu’ dinamico esista!) di migliaia di fattori.
Certo, la speculazione filosofica che evitero’ mi potrebbe. poi, portare a discutere se l’Uomo è intimamente Buono o intimamente Malvagio …ma come dicevo in epigrafe non credo sia questo il posto e il momento per fare queste discriminazioni.

Discorso molto ma MOLTO piu’ semplice se chi si pone le domande è un operatore sanitario COME UN VOLONTARIO, che ben poco ha da fare per quel che riguarda la Cura di una patologia.

Siamo d’accordo che la Cura non e’ solo l’atto terapeutico “fisico” che un Medico o un Infermiere puo’ mettere in essere se e’ vero, com’e’ vero, che la salute, secondo lo Statuto fondante dell’OMS dell’84, è “uno stato di completo benessere fisico, mentale, sociale e non semplicemente assenza dello stato di malattia o di infermità., tuttavia il Volontario non puo’ comunque Curare perche’ non puo’ dare una restitutio ad integrum del malato.

Dicevo, quindi che un Volontario ha ben poco da decidere … lui ha dei paletti molto meno flessibili che si chiamano Leggi.
Egli puo’ solo seguirle e fare quanto la sua sensibilita’ gli consente.
Ed ecco, allora, che e’ semplice sapere e fare quello che si deve e si puo’ in un caso di un Suicidio o di Malato terminale (in realta’ in quest’ultimo caso anche per un Medico le cose da fare sono ben poche!) poichè le leggi ci lasciano ben poco da decidere.
Le decisioni piu’ importanti, in virtu’ dell’ autodeterminamento (e qui si potrebbe aprire una seconda fase di speculazione filosofica forse addirittura più profonda ed importante della precedente) sono da ATTRIBUIRSI meramente al soggetto in questione nel rispetto delle leggi vigenti in materia (e qui, i giuristi del forum mi perdoneranno, semplifico un po’ il concetto) tenuto conto che LA VITA, per la Repubblica Italiana, E’ UN BENE INALIENABILE … quindi io posso decidere di farmi uccidere da una malattia ma non procurarmi la morte.

E credo che sia su questo concetto che il futuro della disquisizione bioetica si concentrera’ nei prossimi anni.

Chiedo venia se e’ stato lungo ma ho cercato di esser conciso ..

per maggiori info:
Forum CRI

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